CATALINA HOMAR

CATALINA HOMAR

12,00

Descrizione

Isola di Maiorca 1887. L ’arciduca Luigi Salvatore d’Austria, quarantenne, conosce una ragazza di diciotto anni bella, sveglia, di buon carattere. Si chiama Catalina, è figlia di mastro Miquel, il suo falegname. Lavora nei campi e non sa né leggere, né scrivere. Il maturo nobiluomo se ne innamora e le traccia un cammino esistenziale per lei inimmaginabile. Inizialmente la chiama a lavorare nei suoi vigneti come sorvegliante delle squadre femminili addette alla cura delle piante, in seguito mette alle sue dipendenze anche quelle degli uomini, perché la giovane si è ben impratichita del mestiere e rivelata idonea al comando, che esercita con grande amabilità di tratto. Nel frattempo, sotto la guida dell’arciduca, ha imparato a scrivere e a leggere. Presto diventerà una lettrice curiosa e appassionata e apprenderà qualche lingua straniera. L ’amore del signore italo-austriaco è da lei ricambiato, più che con ardore sentimentale, con semplice profonda devozione.

L ’arciduchessa Maria Antonietta, madre di Luigi Salvatore, e l’imperatrice Sissi sua cugina, vengono a trovare i due amanti nell’isola, mentre a Vienna la corte imperiale sobbalza di stupore e disappunto per questa eccessiva familiarità fra l’imperatrice e la figlia di un falegname. Cominciano i viaggi insieme per mare con la Nixe, la nave-casa del «re delle Baleari». Il più desiderato da Catalina è quello in Terra Santa, che si rivela però fatale: sia lei che Luigi Salvatore vi contraggono una malattia simile alla lebbra. Lui ne guarisce, lei vi soccomberà dopo sei anni di sofferenze. Una sera, mentre la Nixe è all’ancora nelle acque veneziane, Catalina gli comunica che vuole tornare a casa, da sola. Ha nostalgia di S’Estaca, dice, ma probabilmente sente già di stare male. È l’ultima volta che i due si vedono. Per sei lunghi anni Luigi Salvatore non metterà più piede a Maiorca, – il mistero del perché di questa lunghissima assenza non è mai stato chiarito, – e Catalina, pur scrivendogli con regolarità e pregandolo fino all’ultimo di farsi rivedere, non gli rivelerà mai di essere ammalata di un morbo senza rimedio.

L’arciduca apprende della sua morte da una lettera del fratello di lei. È il 1905. Nello stesso anno appare questo scritto memorialistico, ispirato dall’affetto, dalla gratitudine e probabilmente anche dal rimorso.

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